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Il Bar al termine dell'Universo
23 luglio 2008
Universal Pub - Anno Primo - Settima Birra

Il Bar al termine dell'universo


Dove confusi viaggiatori del tempo si raccolgono per scoprire se il tipo anzianotto che spilla le birre risponde al nome di Dio.






Raccolta mensile a tema filosofico legata al Progetto Cicero.

Numero 7 
Luglio
Agosto
 2008
Indice







Concorso “Arte, Follia e Sogno”: commenti e vincitori  - Enrico Moretti  
   
La linea rossa dietro la quale non si vede altro che me stesso - Danilo Chiarello    

Follia notturna - Enrico Moretti  
   
Scacco Matto - Marianna Piombo   
  
La mia Follia - Alessio Pescara   

La fuga - Claudio Santilli 

Il piccolo sogno della vita - Federico Re

Follia d'artista - Chiara Caruso    

Maledetto Spleen - Luca Pascoletti   

Mia Gioia - Anna Tomasetto   

Chiesa - Leiddy Ramos    

Volevi la mia anima - Antonella Masia

Suggestion - Federica Spina


Follia.

 

Foto di copertina: "Follia" di Cristiano Cardin

Prossima emissione intorno al 15 ottobre.
Di cosa si parla verrà deciso nella community di Cicero...




Piccola nota editoriale

Ridendo e scherzando, eccoci arrivati alla settima birra, assetati avventori della nostra remota locanda. Questa settima è una birra davvero speciale, miscela di ingredienti esotici e stravaganti tenuti insieme da un pizzico di…Follia.
Follia, beninteso, accuratamente selezionata e certificata, frutto di sudore virtuale (e non…) di scrittori e fotografi a cui è stato chiesto di raccontare con la propria Arte, il Sogno della Follia stessa. Potrete gustare la follia mortale, velenosa ed inebriante, la follia che è gioia per una vita che nasce, la follia che è solitudine e malinconia, la follia che è febbre creativa d’artista, la follia che è amore, strazio e ricordo, la follia che è contrasto ed incomprensione.

Il tema è complesso, e le emozioni forti, per cui sorseggiate lentamente la vostra birra, prendetevi tutto il tempo per gustarne ogni sfumatura. E non dimenticate di appuntare qui il vostro commento.

Buona lettura e buon viaggio dal vostro nuovo barista-codirettore dell’UniversalPub.

Enrico Moretti




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23 luglio 2008
Concorso “Arte, Follia e Sogno”: commenti e vincitori

 
“Se avete troppo caldo, prendete un ramoscello di follia e piantatevelo negli occhi” di Valentina Murgolo (Vincitrice Premio “Promozione”)



La community del Progetto Cicero, è diventata sempre più fucina di idee e proposte interessanti, dove il seme della collaborazione tra artisti nel rispetto reciproco sta dando i suoi primi e splendidi frutti. Un esempio è dato proprio da questo numero dell’Universal Pub, che ha una genesi differente dalle altre uscite.
Attorno agli articoli sulla Follia pubblicati qualche mese fa sulla community da Anna Tomasetto (link) e da Marianna Piombo (link) infatti, si è sviluppata una profonda e appassionata discussione che ci ha spinti a considerare proprio la Follia come argomento per l’uscita di Luglio dell’Universal Pub. La rivista da sempre si offre come specchio ed alcova dei pensieri e delle discussioni filosofiche dei Ciceriani, e non potevamo farci sfuggire questa grande occasione.

Ma questa non è l’unica novità!

Per promuovere l’Arte e l’interazione tra artisti infatti, abbiamo pensato di istituire due concorsi, uno filosofico-letterario e uno fotografico, che avessero come tema “la FOLLIA intesa come contrapposizione tra uomo e società, dando risalto al legame tra sapienza, arte e follia.” Le opere che fossero risultate vincitrici, avrebbero costituito il fulcro di questo numero dell’Universal Pub.
La partecipazione è stata molto alta, e tra scritti e fotografie, abbiamo ricevuto più di cento opere, tutte della migliore qualità. Di sicuro quindi l’obiettivo che Cicero si era prefissato con questo concorso, è stato raggiunto.

Per quanto riguarda una prima scelta dei vincitori, abbiamo dato il via a due iniziative interne a Cicero in accordo con i principi di interattività e cooperazione su cui si basa il Progetto.
La prima prevedeva che gli autori di testi scegliessero, tra le foto in concorso fotografico, fino ad un massimo di quattro immagini per illustrare la loro opera, mentre i fotografi hanno scelto fino a due racconti per ognuna delle loro foto.
Un premio speciale “Cicero”, è dedicato quindi alle immagini e ai racconti più scelti, a chi ha capito perché Cicero esiste.
La seconda iniziativa prevedeva un premio speciale “Promozione” per l’opera commentata dal maggior numero di iscritti al progetto.
In pratica premia l’opera che si è fatta maggiormente conoscere ed ha creato la discussione più accesa. Questo premio infatti è dedicato a chi ha fatto di più per la promozione della propria opera, del progetto e dell’arte in generale.

Ma veniamo ora alla premiazione!

Per quanto riguarda i racconti, il premio “Promozione” è assegnato allo splendido racconto

"La linea rossa dietro la quale non si vede altro che me stesso" di Danilo Chiarello,

mentre per le fotografie, esso va all’opera

“Se avete troppo caldo, prendete un ramoscello di follia e piantatevelo negli occhi” di Valentina Murgolo.

Il premio “Cicero” viene invece assegnato a pari merito ai racconti:

"La linea rossa dietro la quale non si vede altro che me stesso" di Danilo Chiarello
“Scacco Matto” di Marianna Piombo
“Il piccolo sogno della vita” di Federico Re
“La mia Follia” di Alessio Pescara

Sempre a pari merito, il premio “Cicero” viene assegnato alle fotografie:

“Fuoco e fiamme” di Eliseo Marcato
“La quiete dopo la tempesta?” di Barbara Geraci
“Barbiere del manicomio” di Gian Guido Zurli
“Principe Maurice” di Enrico Miglino.

Altre iniziative legate a questo concorso sono in progettazione per l’autunno, e non mancheremo di pubblicizzarle ed informarvi al riguardo. Per adesso, non mi resta che augurare a tutti voi una buona lettura, e darvi appuntamento alla prossima uscita dell’Universal Pub.

Enrico Moretti




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23 luglio 2008
La linea rossa dietro la quale non si vede altro che me stesso


 


"Sono Pronto" di Eliseo Marcato


Questo splendido racconto di Danilo è pervaso da una profonda malinconia, che non è dolore, non è tristezza, non è rabbia, ma è un'emozione più dolce, più leggera, ma spesso proprio come il gas, più letale. La morte, come la vita, è un evento intimo, pesonale, di raccoglimento, e spesso nell'intimità si consuma la più umana tra le follie.
Enrico Moretti



Ho deciso di esistere quando da piccolo tolsi il filo nero di nastro isolante dal cavo della spina dello stereo. La scintilla fu così forte che sobbalzai da dove ero seduto e mi ritrovai lungo la parete opposta con le gambe all’aria e il mio sguardo che puntava la chiazza nera e fumante che avevo provocato vicino al muro. Fu un giorno bellissimo perché gli zii ed i nonni accorsero in gran fretta alla notizia di un avvenuto miracolo portandomi giocattoli e dolciumi. "Il pollice dice: Ho fame!l'indice dice: Non c'è più pane! il medio dice: Lo compreremo!l'anulare dice: Ce n'è ancora un pezzettino! il mignolo dice: Datelo a me che sono il più piccolino!" cantava nonna giocando con la mia mano nella sua, concludendo con una pernacchia sulla pancia la cantilena. Provai altre volte ad infilare le mie dita nella corrente ed ottenere ancora una volta l’effetto desiderato, ritrovandomi coccolato e viziato da tutte le persone che mi correvano attorno, ma quando ne presi coscienza il diametro delle mie dita superava di gran lunga quello di un giravite. Lo sguardo di quella nuvola a forma di uccello che mi passa davanti ed ecco balzare davanti ai miei occhi come gli attori di una commedia dell’arte gli zii, i parenti, la mamma, lo stereo che nonna chiamava "mangianastri", persino io nella posizione esatta nella quale mi ritrovai dopo lo scoppio. Ecco che quando ho avuto la possibilità di spezzare il filo della parca, di rompere il bicchiere di cristallo, di sconfiggere il cavaliere buono, di remare tra le sponde dello Stige, la morte è passata e mi ha lasciato due graffi. In questi dodici anni di agonia rinchiuso in questa cella nei giorni di pioggia ho passato ore ed ore a scrutare quello che ancora poteva sorprendermi dell’indice della mia mano sinistra. La cicatrice piccola con tempo ha preso una forma definita, esatta e lineare costruendomi la figura di una fenice bianca con le sfumature violacee ai bordi, la testa elevata verso l’alto con fierezza e eleganza, la pelle bianca nelle parti superiori e di un rosso livido nelle insenature laterali.
Riconosco lo stesso colore nel vestito in quella bambina che cammina decisa con il suo pallone alla mano rincorsa dalla madre che le urla attorno. La città pulsa energia. Ne riesco a percepire il rapido fluire dalla via principale snodandosi in scariche elettriche sempre di minor potenza nelle vie principali. Ora dopo ora la città costruisce il suo mosaico di colori e di luci. La gente che cammina freneticamente a ritmo di clacson, le giostre con le risate dei bimbi e i fari delle auto che illuminano le puttane, le vetrine dei negozi sempre illuminate e i freddi giacigli dei barboni, i panni stesi alle finestre che rabbiosamente sventolano, le paraboliche sui tetti rivolte in preghiera verso il cielo, il campanile di una chiesa che tuona dall’alto. Un passo ancora. Il cielo. Se tutto questo dovesse finire ora sono sicuro non potrebbe finire d’improvviso ma con una graduale diminuzione dell’energia che paralizzerebbe la vita di ogni persona. Un dolce black-out che lascia sospirare anche le pareti d’acciaio dei grattacieli. Mi guardo. E’ la prima volta che riesco a farlo senza specchi. Riesco a guardarmi dall’esterno e a penetrare persino nel mio organismo. Ritrovo lo stesso caos ordinato delle macchine, un agglomerato di vene ed arterie. Il cuore pompa e il cervello riceve il sangue con quell’automatismo che esula dell’esistenza di entrambi. Un passo avanti. Sospiro. Cinquantacinque, cinquantasei, cinquantasette, cinquantotto, cinquantanove, sessanta. L’orologio mi guarda e io lo osservo. E’ il tempo che mi insegue ancora, anche ora che tutto sta finendo. E’ la più crudele delle convinzioni: il tempo dell’uomo. Non se ne può fare a meno. Annullare il tempo senza annullare il mondo, quella sì che sarebbe una bella invenzione. Ma è presto. Un passo avanti. Il vuoto. Inghiotto l’ultimo coagulo di saliva e lo sento scendere giù per lo stomaco. Respiro veloce ed è il mio cuore che trema. I pensieri viaggiano senza filtro e muovono le mie membra. Sorrido e mi stupisco di averlo fatto. Quando sarò steso lì tra voi, mi considererete un folle. E forse non sono più folle ora che sono quassù a guardarvi dall’alto? Oggi questo sipario si chiude e non c’è nessuno ad applaudirmi.

Danilo Chiarello
(Vincitore Premio "Promozione" e Premio "Cicero")




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23 luglio 2008
Follia notturna


 

Foto di Barbara Geraci (Vincitore Premio "Cicero") intitolata "La quiete dopo la tempesta"


Ed ecco che Enrico ci proietta nella schiavitù di una mente in ebollizione, in un Athanor che processa ogni pezzo della nostra essenza.
Scoppierà? Secernerà un frammento di Pietra Filosofale? Non si può mai saperlo prima.
Di certo succederà quello che deve succedere.
Guido Mastrobuono



Stasera non sento ragioni.. non mi interessa di quello che dirà la gente.. avete ragione certo, non ha senso crogiolarsi nel proprio malessere.. ma stasera no, non voglio darvi retta.. stasera non voglio parlare, non voglio ragionare, non voglio tirarmi su.. casse di plastica vomitano musica celestiale.. "Mad World".. davvero appropriato..

stasera la mia anima è solo mia, passerò ogni istante a godere del brivido sottile della depressione, bisturi chirurgico che seziona coscienziosamente il mio cuore.. no.. questa non è estasi malinconica.. questa non è amara gioia.. è molto peggio.. è la malsana amica di tutte le notti, che si apposta col suo sorriso beffardo dietro ogni mia stanchezza, dietro ogni mio sospiro, dietro ogni mio cedimento.. troppe volte scacciata, sei la benvenuta oggi.. voglio ubriacarmi di te, delle tue movenze languide, inebriarmi del tuo respiro tisico, del tuo incedere silente che si infrange sul mio corpo martoriato dalla vita.. tu, gas venefico del mio spirito, che avvolgi tutta la mia esistenza di un velo di mesto oblio, uniformando buono e cattivo, bello e brutto, in un'unica nube grigio-scuro, che allude a pioggia, pur se mai ha versato una goccia d'acqua.. tu vieni a me con il volto stanco, gravato da vizi inconfessabili, con gli occhi pesti e la fronte corrugata a lutto, tendi il braccio esangue, un dito incerto si leva a sfiorare i miei polmoni, disegnando cerchi dorati di pesante piombo, intrisi della greve leggerezza delle preoccupazioni inesistenti.. poi con sapienza, la tua mano scivola sui miei occhi, velo di nebbia che sfoca la vista e suadente consegna le palpebre al loro riposo eterno.. tutto calmo.. tutto tranquillo.. ma è proprio allora che quella stessa mano, fintamente amica, penetra la mia carne, mozzandomi il fiato, affonda le dita scheletriche nel mio animo, avvolgendomi il cuore in una stretta mortale, che mi fa strabuzzare gli occhi, boccheggiare, scosso da un fremito primordiale, fino a raggiungere in una frazione di secondo la radice delle mie lacrime, per coglierne i frutti più succosi e saporiti.. e i brividi si susseguono ormai senza controllo, scatti convulsi del mio corpo, infettato da uno spirito malato d'inquietudine, che cerca aiuto e si dibatte ridicolo nell'indifferenza che lo circonda.. e si contorce, si dimena, si strazia per liberarsi dalle catene che lo tormentano più della vita stessa..

ma ecco, il bianco manto, di nuovo, come ogni nuova alba, avvolge tutto nella sua luce accecante, rendendo indistinguibile l'anima, lo spirito, dal corpo suo fodero..

Enrico Moretti




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23 luglio 2008
Scacco Matto



"Principe Maurice" di Enrico Miglino/Juma(Vincitore Premio "Cicero")

Leggendo questo brano mi martellava nella testa che la vera follia è solo e soltanto una: quella di abbandonare i propri sogni.
Guido Mastrobuono



Dedicato ad un padre ed al suo sorriso,
in viaggio verso l'infinito.


Calda domenica d’inizio estate; sole alto, luminoso in un cielo terso. Azzurro intenso.
Una telefonata, poche parole confuse. Una voce in fuga, insieme a tristi pensieri, e con essi racchiusa in un animo muto di paure. Anche il sole sembrò per un attimo esserne oscurato.
Ossimoro vitale, freddo e cupo dolore piovuto da un cielo sereno e splendente. Pioggia di lacrime sulla pace imperturbabile di quella terra. Grandi occhi la cui verde speranza appariva offuscata dall’amarezza di quel pianto.

“Come Don Chisciotte, combattente contro mali che non è possibile sconfiggere, mulini a vento come giganti invadono e dilaniano inarrestabili la perfezione preziosa di un corpo umano. La disfatta. Battaglia persa, stavolta. Tristemente, Don Chisciotte.”

Come l’hidalgo sentiva il suo animo folle sconfitto dalla realtà delle cose, distrutto da quella verità capace di annullare qualunque fantasia, progetto vitale, luminosa aspettativa.
Il suo guardare al mondo con occhi diversi, pieni di speranza, era la sua pazzia; la verità di una malattia incurabile era il ritorno alla dura realtà.
Come l’hidalgo era costretta ad accettare la morte, la morte di un uomo e quella della sua follia, costretta ad un triste ritorno al mondo razionale e veritiero, in cui era immerso il suo fidato scudiero, in cui si trovava il resto della società.
Sconfortata e persa, così si sentiva, mentre rannicchiata in posizione fetale in un angolo silenzioso della grande casa, ricercava quel calore materno e tentava di trattenere le lacrime. Invano.

“La finitezza umana fa paura. Ora, in questo preciso istante, io sono. Ci sono. Ma il successivo, potrei non esserci. Potrei essere altrove. Perché questo è morire, non l’opposto di vivere, ma di nascere. La Vita non ha opposti; lei è inafferrabile, ineluttabile, sfuggente. Continua a scorrere, anche dopo le peggiori tempeste. Soprattutto allora. Rapido fluire. Come l’acqua lungo le scale, al mio paese. Ed anche la morte è Vita, forse la sua avventura più emozionante. Il viaggio più lungo, meta ignota, realtà mai conosciuta. Per ora solo un reale mondo immaginario. Ma è un viaggio solitario.”

Un cammino per il singolo, che aveva sperato potesse essere rimandato. Ingenuamente persa nella sua follia. Lei era destinata a rimanere a casa, accettando la partenza verso nuovi orizzonti di quell’avventuroso viaggiatore che aveva appena dovuto salutare e la cui assenza già nostalgicamente rimpiangeva. E mentre quest’ultimo, come ogni viandante, era del tutto rapito dalla novità del suo avvenire, lei non poteva che riflettere su quella partenza. Partenza infinita. Nessun rientrare da quella porta, mai più.
 
“Una finitezza umana, che nella morte si fa infinita: ecco perché non la si accetta, inconcepibile infinito non esserci. Ma è anche la nostra via di entrata al trascendente.Solo che chi resta, non la comprende. Può solo ad essa abituarsi.”

Avrebbe potuto lasciarsi cadere nel vortice, precipitare senza reagire. Ma le parole del valoroso Sancho la colpirono come non erano riuscite a fare con il reale Don Chisciotte: “Non muoia , signor padrone, non muoia. Accetti il mio consiglio, e viva molti anni, perché la maggior pazzia che possa fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morir così senza un motivo, senza che nessuno lo ammazzi, sfinito dai dispiaceri e dall’avvilimento.” No, lei non sarebbe morta, non così, non allora. Diversamente da Alonso Quijano lei avrebbe continuato ad inseguire la sua follia, verso nuove battaglie, nuove sconfitte, ma soprattutto nuove vittorie. Verso un’unica grande vittoria, sempre trionfante. La Vita.

Come in una partita a scacchi, la nera Regina le aveva appena mangiato un pezzo importante, un alfiere o una torre, baluardi di certezze ormai cadute, capaci di compiere lunghi tragitti in soccorso di chi ne avesse avuto bisogno, pronti a sacrificarsi quando si fosse rischiato di perdere il Re.
 Aveva perso una pedina, di cui aveva pianto la scomparsa. Ma nulla era finito.

“La partita continua. Ai bianchi spetta la prima mossa , ma stavolta anche l’ultima.
Lo scacco matto.”

“Nel mondo oggi più di ieri domina l'ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto
d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch'io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna,
preferisco le sorprese di quest'anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d'oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire...”

Francesco Guccini, “Don Chisciotte”

Marianna Piombo
(Vincitore Premio “Cicero”)




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23 luglio 2008
La mia Follia



"Barbiere del manicomio" di Gian Guido Zurli (vincitore Premio "Cicero")


Alessio tocca un tasto che brucia il dito di ogni artista: toccare l'assoluto significa abbandonare per un istante la distinzione tra il tutto e l'individuo. E tutti noi, lì, ci stupiamo. Possibile che toccando l'infinito ci si possa sentire tanto soli?
Guido Mastrobuono



La ragione ha abbandonato questo corpo, via la maschera, anzi..mille nuove maschere..tra cui la maschera di me stesso, la mia vera fisionomia nella finzione..perchè anche fingere è un'arte, e ora sta a voi capire ch'io sia..si va in scena..sarò un amico?un nemico? un viandante? un discepolo? un maestro? chi sono io realmente, un folle? oppure nella mia follia sono molto più ragionevole di tutti voi? oppure sono convinto nella mia follia di essere più ragionevole ma rimango sempre un folle? ma alla fine chi è IL FOLLE?quello che decide di andare contro le vostre stupide leggi e principi morali per fare della sua vita un continuo inseguimento del piacere e del compiacimento? e se lo è, credete che in tal caso sia da considerare così inferiore rispetto alla vostra STUPIDA, DEPLOREVOLE, RACCAPRICCIANTE NORMALITA'?se è così vi guarderò dal "basso" della mia follia, ridendo di voi, poichè il prezzo che pagate per la vostra superiore normalità è la vostra vita..

Ma parlo, parlo io..Questi muri sono stanchi di sentirmi, se potessero mi crollerebbero addosso.
E continuo a non capire, in fondo desideravo solo che le cose mi girassero attorno con senso.
Ma non vi ho mai capiti, quando credevo di aver capito il vostro modo di agire, di ragionare, di muovervi, di sorridere, di gesticolare..c’era sempre qualcosa a spezzare l’equilibrio, l’incoerenza domina le vostre menti, questo mi sono ripetuto a lungo. Eppure ero solo io a vederlo, tutti i pezzi del vostro puzzle andavano perfettamente ad incastro..e l’unica spiegazione che fui in grado di dare a me stesso mi vedeva come il pezzo in eccesso di quel puzzle già completo.
Ebbene da li il mio percorso non è stato facile, una continua e delirante ricerca del vero, cercando di immergersi in qualunque cosa mi facesse sentire vivo, nel bene e nel male.
Mi tuffai nella creatività umana, mi abbracciò la musica, mi sfiorò la poesia, con la delicatezza che la contraddistingue. Ma un uomo non è niente senza gli altri uomini. L’amore. Lo vidi da lontano, e decisi di corrergli incontro. Aiutato da musica e poesia cercai di avvicinarlo.
E aveva l’aspetto di una donna, mi guardò. Poteva vedere i miei occhi illuminare il mondo, e con la sua dolcezza mi avvicinò, avvolgendomi nel suo splendore.Poi mi abbandonò, lasciando alle sue spalle la scia della sua magnificenza.
Ho trattenuto a lungo il respiro per tenerla dentro di me.
Così a lungo da rimanere senza fiato, svenuto a terra, con la pelle intatta, ma con un dolore dentro immenso. Cos’è un uomo senza una donna al suo fianco…

Poi nel mio doloroso percorso un nuovo incontro mi segnò in modo definitivo. Quello con la follia.Nella disperazione mi gettai tra le sue braccia, ed ella cingendomi come una madre mi cullò teneramente.Sono tornato in questo mondo, tra la gente, spaventato.E li vedevo quando mi guardavano con diffidenza, gli uomini. E non avrebbero mai potuto capire, non avrei mai potuto spiegargli con umane parole la violenta spirale di sensazioni che mi ha travolto. Mi sono rassegnato all’idea che loro possano comprendere. E non so cosa sia giusto e cosa non lo sia, non me lo chiedo più da tanto tempo.
Sono stanco di parlare ora…devo andare in scena, sarà il mondo il mio teatro, sarete voi gli attori di questa commedia/tragedia senza fine. Vi saluto.

“And I don't want the world to see me
Cause I don't think that they'd understand
When everything's made to be broken
I just want you to know who I am”

Iris – Goo Goo Dolls


Alessio Pescara
(Vincitore Premio “Cicero”)




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23 luglio 2008
La fuga



"Fuoco e Fiamme" di Eliseo Marcato (Vincitore Premio "Cicero")

Ho amato da subito il racconto di Claudio perchè ci ricorda che non esiste follia che potrà portare via quella scintilla di bene che è dentro di noi.
Guido Mastrobuono



Gli infermieri avevano cercato di fargli capire che quella era la sua ultima possibilità. Troppe volte aveva tirato la corda, e ormai tutti erano giunti al limite dell’esasperazione. I genitori avevano paura di restare soli con lui, a volte diventava aggressivo, gridava e minacciava chiunque gli si avvicinasse. I medici del Centro di Salute Mentale avevano provato a cambiargli la terapia più volte, avevano aumentato i dosaggi, lo avevano inserito in programmi di riabilitazione, in certi momenti sembrava che il suo recupero fosse a portata di mano. Fin quando non arrivavano le ricadute, le voci gli entravano nella testa e non cessavano mai di gridare, i pensieri lo avvolgevano come un manto freddo e penetravano negli organi più profondi. Avvertiva che il cerchio si stava stringendo intorno a lui, gli infermieri erano stati chiari. “La prossima volta che fai casino dobbiamo portarti in ospedale, dobbiamo ricoverarti!”.
Già, facile parlare così, per voi che non siete mai stati impotenti di fronte ad una realtà che per tutti non esiste, ma che domina e decide al posto vostro.
Bisognava fare qualcosa, li sentiva sempre più vicino, il fiato sul collo, lo avrebbero ricoverato e gli avrebbero somministrato sedativi, le voci se ne sarebbero andate ma lui avrebbe perduto sé stesso. Era già capitato e ne portava ancora i segni, come quella cicatrice sul braccio che si era procurato tirando un pugno sulla vetrata della mensa, in ospedale, quel giorno in cui non voleva la pasta scotta e fredda.
Non poteva finire di nuovo così, lui non lo avrebbe permesso.
Quella notte aspettò che i suoi genitori si addormentassero, se ne sarebbe andato anche per loro: soffriva davvero nel trattarli male, ma spesso non riusciva a fare diversamente, era l’ unica possibilità che aveva per non crollare. Gridare, buttare in aria gli oggetti, spaventare chi lo circondava diventava a volte una via di fuga per evadere dalle macchinazioni del suo cervello. In questo modo faceva sì che i sensi di colpa lo rodessero a tal punto da sopraffare persino i suoi pensieri.
Quando la notte divenne fonda e la luna si perse dietro le nuvole, prese le chiavi della macchina del babbo e se ne andò. Guidò a lungo, accese l’autoradio e mise una musica italiana degli anni’60. Non voleva prendere autostrade, le temeva, gli facevano pensare ai collegamenti delle varie zone del corpo, alle arterie, ai nervi, e avrebbe potuto sentirsi come una cellula, invece ora voleva vivere, essere un uomo completo.
Iniziava ad avere fame, mancavano pochi chilometri per un paesino di cui non aveva mai sentito il nome. In fondo era la prima volta che si allontanava così tanto. Entrò nell’unico locale della piazza al centro del paese, si sedette ed ordinò da mangiare. C’era poca gente, una cameriera che fumava una sigaretta facendo palloncini con un chewing-gum, un signore che giocava al videopoker, due camionisti che divoravano una bistecca.
“Amico, posso sedermi?”.
Si voltò e vide in piedi davanti a lui un vecchietto con la barba ed una bottiglia di wisky nella mano. Il vecchio, sorridente, si presentò. Con una voce roca e l’alito alcolico raccontò di essere un fuggiasco, di aver rapinato un ufficio postale e che ora la polizia era sulle sue tracce. Non era solo, fuori dal locale sua nipote lo stava aspettando. Lui era un vecchio ubriacone, non aveva importanza cosa gli sarebbe successo, ma non avrebbe permesso che alla ragazzina fosse fatto del male. Era vissuta con lui da quando la madre era morta. Non aveva avuto intenzione di coinvolgerla, ma lei ora si trovava in pericolo, se la polizia l’avesse trovata con lui sarebbe stata considerata una complice. Lo pregò di prenderla con sé e di portarla in un posto ad un centinaio di chilometri di distanza, dove viveva suo fratello, che si sarebbe preso cura di lei. Lui ci rifletté, era indeciso, poi guardò attraverso la vetrata del locale e vide una bambina impaurita, vestita di stracci. Accettò di accontentare il vecchio.
Il viaggio fu piacevole, la ragazzina era simpatica e lui, per la prima volta in vita sua, sentiva di essere utile a qualcuno, di valere qualcosa. Lei gli confidò di non aver mai fatto un bagno al mare, così a lui venne spontanea l’idea di farle questo regalo, in fondo la costa era vicina. Fecero una deviazione e arrivarono sulla strada che fiancheggiava la spiaggia. Scesi dalla macchina entrambi corsero filati verso l’acqua e si buttarono. Lui non aveva mai visto una gioia così profonda come quella che si leggeva negli occhi di lei, era davvero felice.
Mentre stavano risalendo sul bagnasciuga sentì delle sirene in lontananza, il sospetto si trasformò subito in realtà: due volanti della polizia si fermarono ai bordi della strada, scesero dei poliziotti, col megafono intimarono ai due di mettere le mani bene in vista. Lui obbedì e si voltò verso la ragazzina, ma in quel momento si accorse che lei aveva cacciato dalla tasca una pistola. Il poliziotto col megafono ordinò di gettarla per terra o avrebbe sparato, lui gridò con tutta la forza che aveva:
“E’ solo una bambina!”.
Lei puntò la pistola contro i poliziotti e questi fecero fuoco. La decisione fu presa rapidamente, il tempo di una scintilla negli occhi e si gettò davanti a lei. Sentì appena il bruciore nel petto, sperò di aver salvato quella vita innocente, e cadde.


Claudio Santilli




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23 luglio 2008
Il piccolo sogno della vita


"Pensiero" di Enrico Miglino

In questo susseguirsi di immagini, suoni, profumi, Federico racchiude il susseguirsi di emozioni, sentimenti, passioni racchiusi nel sogno di una vita, la nostra piccola follia quotidiana.
Enrico Moretti



Piccoli occhi e un piccolo amore e laggiù liane piene di luce.
Cascate d’acqua che s’infrangono nel cuore.
Martelli e coltelli per pulire l’anima e amare ancor di più la pietanza di questa vita che è come un sogno da cui non ci svegliamo mai.
È mai possibile? È inconcepibile!
Cinguettii tardivi di primavera o forse già d’estate e il tempo appeso al muro attento e preciso..è la vita che ci guarda attraverso i suoi occhi che balenano di luce misteriosa. Un violino perso per le vie e una donna che balla la sua danza.
Tutto in silenzio camminando nelle arterie della vita stessa, nel suo pulsare amniotico di madre ancestrale.
Passi fatti con scarpe di pelle e carne e mani che si muovono, mostrando i movimenti del sangue e del pensiero.
La vita, la vita in torrenti che sembrano navi che portano cuori ancora addormentati e lievi, lacrime più in là che provengono da case disadorne di dolore.
È la vita armonica e complessa, un sogno che ci vede desti a metà nel migliore dei casi, supini su un letto fatto di foglie e odori dimenticati di altri mondi.
Un piccolo uomo pieno di rughe che sogna immerso in una bolla di pensieri ed emozioni, di sorrisi e lacrime che vanno e vengono.
È un piccolo sogno la vita, un grande mistero che sembra una canzonetta alla moda, una lirica che c’ha assorbito e stiamo ascoltando da troppo tempo, da secoli, da millenni decaduti nell’anima.
Amore ti amo, ed è la vita che diventa romanzo di pensieri e fatti, ma gli occhi son chiusi ed ascoltiamo le stesse note che non ci entrano nel cuore e così, tutti dormono e tacciono del mistero che tutti conoscono.
La vita l’universo e la luce, e fiotti di sangue che penetrano nella carne e vibrano come scimitarre dolorose, pronte a ricordarmi chi sono e da dove vengo.
Sento urla e latrati di cani persi nel buio, odori misti di fuochi spenti, carboni ardenti che muoiono e rinascono per brevi istanti, anime che si amano e poi si dimenticano, danze brevi e spesso occulte di vita e di tremendo sonno e poi, la morte! Signora grande e maestosa di tutti i nostri sogni mordenti e anche no!
Vorrei amare senza sognare e nemmeno pensare, dimenticare ogni cosa e ricordare tutto all’istante.
Amare senza sogno e riverbero accecante del sonno, privo di cuscini e tende grevi. Sì vorrei amare immerso nei violini veri della vita dentro la luce e nel mare di armonie che vanno e vengono come onde di un mare che ha pace e silenzio.
Amare senza pensieri ed emozioni perso nel lago eterno del mio cuore. Amare ben desto dal piccolo sogno della vita e dai circolari vizi che ci prendono.
Vivere dove nulla è deciso e tutto si può fare, dove i giorni son unici e le chimere sono ricordi persi nelle notti perse nei libri.
Amare e vivere, vivere e amare in un'unica parola che si fonde e che nessuno conosce. Vita senza sogno di piccoli mondi dove il cielo e la terra si amano e si baciano come amanti perpetui perduti e finalmente ritrovati.
Amare così senza ragioni, sorridere ad ogni passo e perdersi negli occhi del primo amore che capita.
Perdersi e così ritrovarsi, cadere nel cielo e rimbalzare nella terra così senza confini e perdite di tempo.
Gli orologi son stanchi, la vita mi butta fuori e vedo adesso l’esistenza che appartiene a tutti. Il piccolo sogno della vita non mi appartiene più, me ne vado disincantato e vivo come una puerpera, madre di tutti i figli del mondo.

Federico Re
(Vincitore Premio "Cicero")




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23 luglio 2008
Follia d'artista

10 
"Mangiafuoco" di Laura Canovaro

Chiara traccia, con parole di poesia, quella soddisfazione che, pochi istanti dopo la creazione, invade il cuore dell'uomo illudendolo di essere Dio.
Guido Mastrobuono  



Schizzi d'inchiostro,
fogli vergini
macchiati di passione e di colore.
La mente esplode,
gli occhi roteano impetuosi
e la mano si muove,
fra tremiti e sudore,
in una danza delirante.
Le labbra si squarciano
in un sorriso
di febbrile compiacimento
per la nascita del suo capolavoro.
 

Chiara Caruso




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23 luglio 2008
Maledetto Spleen

 
"Un uomo controcorrente" di Massimo Norbiato


La Follia dell'incomunicabilità umana che esaspera il conflitto tra il singolo e la folla assume carattere e forza particolari nello stile asciutto ed incisivo di Luca. Il dramma di un uomo come parafrasi del dramma di un'intera società.
Enrico Moretti



L’urlo era sempre stato là. Soffocato, nel suo diaframma teso, imminente eppure latente, nascosto dietro un’irraggiungibile montagna di orgoglio che schiacciandolo gli impediva di nascere. Ma era sempre stato là.
Gianni aveva pochi amici. Sempre sul chi vive, concedeva poco di se stesso agli altri - quel tanto che bastasse per non essere definito un orso -, ma mai con trasporto, persino in amore. Con le donne aveva sempre dei problemi, desiderava averne per sfogare i suoi impulsi erotici, ma rifiutava i giochi e i piaceri del dialogo amoroso, detestava le confidenze e i primi appuntamenti, fatti di promesse sottintese, di sguardi significativi – di che cosa, si chiedeva? – di messaggi nascosti ed elettive affinità.

Per lui la comunicazione tra esseri umani non poteva avvenire neppure attraverso la parola, figuriamoci con uno sguardo. E disprezzava quei discorsi di innamorati come i “sembra che mi basti un cenno e lui o lei già sente ciò che io provo”. Stronzate. Il problema fondamentale della società era per lui l’impossibilità di comunicare.
Quella sera era uscito controvoglia. Un suo collega gli aveva inopportunamente proposto una uscita a quattro con due amiche, dandogli appuntamento in una piazza del centro. Lui odiava le sere affollate, la gente accalcata per le strade, e il suo passo era l’incedere di un principe altezzoso, distaccato, fiero. Sguardo dritto e testa alta, per non dover guardare nessuno in faccia.
Ma quella sera sentiva… quella sera non c’era nessuno tra la folla. Non che lui cercasse qualcuno. Come al solito separò la sua mente dal suo corpo che camminava – sempre sotto una pioggia di parole, e neanche un ombrello per ripararsi – ma stavolta, quasi smarrito il suo volto tradiva lo sguardo di un bambino. Qualcosa in lui era cambiato. Il legame tra ciò che era e ciò che appariva, per la prima volta, si lacerò definitivamente e una consapevolezza nuova, drammatica, inondò i suoi pensieri.
Ovunque guardasse, la stessa persona: uno sconosciuto. Adesso cercava, forse, qualche faccia conosciuta, l’amico, oppure solo di percepire qualche lineamento che gli ricordasse qualcuno di noto. Ma non trovò nessuno. Non c’era nessuno tra la folla, neppure due occhi con cui incrociare fugacemente lo sguardo, magari imbarazzato. Ed avvertiva quel silenzio fatto di voci accavallate, confuse, incomprensibili. Non riusciva a trattenere nella mente neppure una parola pronunciata attorno a lui, come se la sua testa fosse stata cava e le parole, entrando, rimbombassero per poi riuscire.
Non c’era nessuno tra la folla. E d’un tratto si sentì invisibile. Avrebbe voluto urlare. Urlare. E il suo grido disperato avrebbe lacerato l’aria annientando quel vociare. Ma poi la gente si sarebbe voltata di nuovo da un’altra parte, tornando alla propria occupazione, ed egli sarebbe sprofondato di nuovo nella sua non esistenza. Urlare! Urlare! Ma non lo fece. E questo non poté che moltiplicare la sua angoscia. Si sentì morto. Non esistenza, si ripeteva. Perché l’esistenza è fenomeno e lui si sentiva invisibile, incapace di comunicare, persino con un urlo lanciato per la strada.
Non esistenza. Come se un fulmine lo avesse incenerito, disintegrato, sacrificato sulla croce della sua angoscia esistenziale. E la cosa più orribile di cui si rese conto quella sera è che non c’era nulla di nuovo, in tutto questo. Maledetto spleen di questi tempi, si disse. L’angoscia esistenziale propria della nostra realtà, che ci costringe a non credere più in niente. In cui idealista e nostalgico divengono sinonimi. Questo pensava. Ma sapeva che il nocciolo del problema era un altro, ed era vicino, eppure ancora inafferrabile. Già altre volte in cui si era trovato in mezzo alla gente aveva sentito il moltiplicarsi della sua personalità, una miriade di aspetti, uno per ogni persona che lo circondava. La sua individualità si liquefaceva in un brodo esistenziale privo di forma e colore e allora era pronto ad assumere qualunque aspetto, pronto non a recitare nel gioco delle parti, ma ad essere ciò che gli altri volevano.
Comunicare. Una parola. Una soltanto. Avrebbe potuto dire qualcosa. Ma chi lo avrebbe capito? Improvvisamente venne investito da un ricordo, come una ventata gelida. Era quella mattina di tanti anni prima, all’università. Quella ragazza che gli chiedeva cosa avesse, cos’era che non andasse tra di loro. La vedeva, adesso… davanti a sé, di nuovo. E di nuovo un suono si spezzò nella sua gola. Una parola abortita, uccisa anzitempo da un’onda anomala di pensieri troppo veloci, inesprimibili. Il silenzio tornò a ferirlo. Ma stavolta era il suo. Urlò. Urlò. Ma fu un urlo muto.
Il mondo ruotava vorticosamente attorno a lui, la gente le luci le voci i suoni erano una cacofonia insopportabile. Sentiva i suoi piedi perdere contatto con il terreno, come se due ali lo stessero trascinando verso l’alto, e intanto il mondo oscillava attorno al suo urlo. Ma nessuno lo udì. Forse qualcuno lo scambiò per un lungo sbadiglio.
Gianni decise di tornare a casa senza vedere nessuno. Una volta arrivato si mise a letto così com’era, senza neppure togliere le scarpe, nella speranza di preservare e immortalare quella sensazione di angoscia, quell’urlo muto che, in un istante, come un lampo, gli aveva fatto intravedere le ombre della sua esistenza, il significato del suo disagio. Da quella sera in poi, si disse, sarebbe vissuto con quell’urlo nella gola.


Luca Pascoletti




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23 luglio 2008
Mia Gioia
In questo breve racconto Anna, con la bravura che abbiamo imparato ad apprezzare, ci ricorda che la Follia non è solo una passione negativa e distruttiva, ma può accompagnarsi a sentimenti ed eventi felici, come la gioia per una vita che nasce.
Enrico Moretti


Era una splendida giornata d'estate, e una bambina dai riccioli dorati giocava in riva al mare, aveva quattro anni. Saltava le onde accarezzata dallo sguardo di suo padre.
Sto volteggiando su un solo piede, in preda a un flusso che mi percorre il sangue in una spirale che ho bisogno di sprigionare ..
E' una forza che proviene dal basso, una risata di profonda pura gioia senza nome, brivido che sale verso l'alto facendo vibrare tutto il corpo. E sono ancorato alla terra ma abbraccio il divino, e sto ancora girando a un ritmo che congiunge corpo e anima e respiro e universo. Non ho bisogno di gridare, sto generando. E' gioia la mia follia.
Ora ti ho qui, perchè ti ho pensata e sei dentro me anche se il mio ventre non si gonfia. Poso l'orecchio sul pancione e sento i tuoi battiti, e riconosco quel ritmo che è profondamente mio.
La tua vita è nata da una danza, mia gioia, la tua vita è nata dall' onda.


Anna Tomasetto



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23 luglio 2008
Chiesa



"In trappola" di Valeria Lioi
 


In questo amaro e a tratti aspro racconto, Leiddy ci mostra il lato più sofferente e distruttivo della Follia: il travaglio interiore che si scatena all'interno dell'animo umano, combattuto tra il cieco desiderio di rivalsa e la disperata ricerca di aiuto. E ci ricorda che spesso basta un minimo gesto per modificare l'epilogo della storia.
Enrico Moretti



Soffocante, tediosa vita... riesco a sentirne l’odio attraversarmi il corpo e passare dentro le vene inesorabile, pesante, dura; Corrodermi l'animo e tutto quello che sono. Eppure osservo ancora quella gigantesca chiesa che sembra chiamarmi e cercare di farmi cambiare idea. No. Non cambierò. Non cambierò strada, e andrò verso quella casa ancora una volta. Questa volta sarà l’ultima. Voglio incendiare tutto, distruggere ogni segno della sua esistenza e sbarazzarmene per sempre. Voglio distruggere quell’essere che mi ha tanto detestato e che non ha fatto altro che riversarmi addosso litri di veleno. Acido. Ti distruggerò. Per troppo tempo ho dovuto soffrire, ti ho dovuto sopportare... sottomettendomi al tuo volere e ad ogni tuo capriccio, ho fatto crescere ancora di più il tuo disprezzo per la vita. Uomo. Questa volta non ti seguirò, non ubbidirò ai tuoi comandi insulsi. Non ti mostrerò la mia corteccia dura e lascerò che tu la graffi. No, non ci riuscirai ancora. Sono diventata ancora più dura di te. Forte. Non ho più niente dentro, sono solo un corpo rigido, un cuore nero, un cervello capace di pensare solo alle tue ingiustizie per elaborare la sentenza della tua morte. Sì; la tua. Tu morirai. Io ti ucciderò. Soffocherai e ti perderai nella tua fiamma, nella tua ombra. Pagherai i tuoi errori una volta per tutte... non sarò più tua; sarò finalmente e semplicemente libera. - Anzi, no -. Non sarò libera. Quello è solo un sogno. È solo un'effimera illusione. Continuerò a vivere in questo schifo di mondo, in questa stupida civiltà. Non starò meglio. Lo so. Sarò ancora davanti a questa chiesa a contemplare colui che tutti chiamano Dio... e a sperare che esista, in un qualche modo.
Ma ora, è il momento di agire; attraverserò questa piazza e andrò verso quel luogo.. il luogo che tanto tormenta il mio essere...e.. li ci sarà la mia resa dei conti.

***

George, eccomi qui! Sto per distruggere la tua vita, distruggerò te. Mentre dormi ti accarezzerò i capelli e bacerò la tua fronte... sarà il nostro addio. Il mio unico modo per avvisarti di quello che starà per succedere. Sarai in grado di capire il mio messaggio? Vedrai che sono il tuo Giuda traditore? Sarà nelle tue mani la tua stessa sorte... svegliati. Fermami, ti prego. Ora, che le mie labbra sono ancora appoggiate al tuo volto. Cambia le carte in tavola. Cambia il destino..cambia ciò che io voglio ardentemente per il mio aguzzino... per te!
No. Ormai è troppo tardi.
Ho staccato le mie labbra dal tuo volto e allontanato il mio respiro da te. Tengo in mano la tua fine. Sono diventata quello che volevo, e finalmente ho il controllo io. Solo un tasto. Una leggera pressione del mio dito su quel pulsante e tutto sarà finito.
Ora.

***

C’è stata un’esplosione e tu hai smesso di vivere. Custodisco il tuo ricordo e il nero che aveva dimora in te si è permanentemente impresso nella mia anima... ora sporca e intrisa di male.
Dall’altra parte della strada, davanti alla chiesa c’è una panchina. Mi ci sono seduta. È passata un’ora. Non ho più parole o pensieri. Non ho più cuore e corpo. Non ho più anima. Non ho più niente. Non sono niente. Sono presenza ombrosa che occupa uno spazio, che agisce in modo involontario, che guarda un’imponente monumento nel centro di una città qualunque.
Chiesa... atto folle di migliaia di popolazioni e civiltà. Manifestazione di sapienza e arte. Ridicola devozione di un’umanità a un essere onnisciente, onnipotente, onnipresente; ma completamente inesistente. Energie utilizzate in errato modo... risultato di ancora più errate credenze intorno alle quali il mondo vive...
Dio non esiste. L’ho finalmente provato a me stessa. Perché, in quell’esplosione, in quella mia piccola follia, sono morte due persone, se non tre. Siamo morti tutti. Morto lui, morta io, morto il frutto del suo abuso su di me. E, nessuno è venuto in nostro soccorso. Nessuno ci ha... o mi ha indicato la giusta via, e ha assegnato a noi il posto che occuperemo per l’eternità. Di nuovo sono rimasta sola. Ma, avevo bisogno di provarlo. ...Dio, inesistente... Avevo solo bisogno di provarlo... e, ora che lo so, sono serena. Devastata, ma serena. Rassegnata, ma serena. Morta... sorridente... persa.

Nessuno è venuto in mio soccorso.

Nessuno.


Leiddy Ramos




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23 luglio 2008
Volevi la mia anima


"A room of one's own" di Fabrizio Cristiano Carta

La follia è coraggio e sconsideratezza di abbandonarsi all'assoluto.
L'amore è coraggio e sconsideratezza di disciogliersi nell'assoluto.
E' la stessa cosa? Antonella Masia ci fa scontrare con questa domanda con la forza espressiva che permea dalla sua anima.
Guido Mastrobuono 



Pensavo che sarebbe stato semplice, mi son messa a letto e ho detto tra me, ora devo dormire.
Ma non è stato così il tuo pensiero mi ha raggiunto. Quando ti ho conosciuto mia follia credevo di essere in paradiso, ma ora ho scoperto come sei veramente, mi ritrovo giù nell'inferno. Nessuno conosce la rabbia che provo perchè non hai avuto coraggio di scoprirti ed ora so come è andata a finire il mio cuore non ti bastava, volevi la mia anima.
Le parole sono state scritte dal vento, non penetrano il mio scudo, quello scudo che ho eretto intorno a me per difendermi da chi poi , da te. Mi sarebbe bastata una parola se tu l'avessi detta avrei preferito un no secco e sincero al confronto di questo silenzio che è tutto ed è niente, perchè lascia sospeso qualcosa di non detto, con la sensazione di qualcosa di sbagliato. Ora non senti, non cedi, non vedi ma fa come credi, se ti accontenti così di un niente pur di non soffrire mia follia; come si può essere felici per la propria tristezza. Ora non proverò più a dormire ritornerò nella notte in silenzio così come ne ero uscita. Porterò un altra luce e un'altra croce, un'altra ombra forse ma nessuno la vedrà.
Ora salirò di nuovo su quel ramo e volerò di nuovo ma sarò ancora più forte e più fiera di prima.
Ho amato, ho sognato ed ho sofferto ma ora tutto è disperso nel vuoto e questo vuoto avvolge ancora la mia anima. Porterò con me il dolore che nacque dall'amore ma il pensiero più triste sarà nella mia memoria. Ora sono persa nel rimorso di non averci almeno provato, di non aver almeno cercato di dimenticare quel dolore così forte che ho sempre sognato, forse ora sei tu sola mia follia.

Antonella Masia




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23 luglio 2008
Suggestion

 
"Ossa fragili come coralli" di Viola Lorenza Savarese


"la mia non è follia ma una semplice e necessaria presa di coscienza.", dice il protagonista di questo profondo racconto di Federica. E in queste poche parole, è racchiuso il senso ultimo della follia umana: pazzo è colui che apre gli occhi, alza la testa, si guarda finalmente intorno. E la società, che teme la verità, lo isola, lo imbavaglia, lo deride. Ma chi dei due è il vero Folle?
Enrico Moretti



Un uomo sale sulla cima di un grattacielo situato nel centro della metropoli.
La sua cravatta è allentata, la formale giacca grigia rivela una camicia di cotone, di colore azzurro chiaro, impeccabilmente stirata, così come il resto del completo che indossa.
L’uomo passeggia per qualche minuto avanti e indietro per il tetto, guardando la strada, laggiù, di tanto in tanto.
Si rende conto di aver bisogno del suo registratore portatile, un giornalista che si rispetti ha il dovere di averlo sempre con sé. Estrae il piccolo oggetto scuro dalla tasca e lo ammira, considerando che, nonostante gli anni siano trascorsi, il suo magnetofono non lo ha mai tradito con impedimenti tecnici di nessun tipo.
“Non tradirmi oggi”. Pensa il giornalista, premendo il pulsante REC per avviare la registrazione.
Aspetta qualche istante e dopo un profondo respiro inizia a parlare, cosciente ed incosciente allo stesso tempo della sua azione.

“Che cosa è successo?” domanda una signora anziana ad un poliziotto, appendendosi al braccio del giovane in divisa. L’uomo staziona davanti alla rete divisoria della giustizia, con il compito di impedire con fermezza il passaggio ai curiosi. Egli esita.
“Un uomo… si è buttato dall’ultimo piano. Era ubriaco.”. A volte non c’è modo di atterrire più sinceramente che asserendo plausibili verità. “Non si può passare di qui, signora. Questo grattacielo è momentaneamente sotto il controllo della polizia di stato.”. Risponde con voce ferrea l’ufficiale.
“La preghiamo di percorrere un’altra strada.”.
Un’ombra di incertezza sul volto della donna.
Alla stazione di polizia cala il silenzio, per lasciar parlare il piccolo strumento nero, collocato sul tavolo al centro della stanza.
-“Buongiorno a tutti. Qui è Giacomo De Loris, giornalista de “Lo Stato”. Mi sono occupato per anni di ecologia ed economia, pubblicando articoli riguardo l’impatto ambientale delle imprese fondate sull’esclusivo sfruttamento di risorse esauribili, le cui tesi sono state interamente comprovate da noti enti sopranazionali. Sono le ore 08.33 del giorno 13 marzo 2008. Il sole è coperto da qualche nuvola e la temperatura è di circa 15 gradi celsius.” Sguardi confusi.
“Perché mi trovo qui e quali sono le mie intenzioni, vi domanderete. Io sono perfettamente lucido, non ho fatto uso di droghe né di alcool o altre sostanze che potessero alterare il mio stato di autocontrollo e contatto con la realtà che, come già ho dimostrato, è perfettamente intatto.
Si dice che i giornalisti siano gli artisti della parola, coloro che hanno il compito di trasmettere emozioni ma anche informazioni attraverso la retorica, la dialettica filosofica, l’uso eufonico della lingua e i doppi sensi del comune intendersi per questo nobile fine.
Ed è cercando di utilizzare la mia arte al meglio che proverò a trasmettervi…suggestione…

Ho sacrificato la mia intera vita alla ricerca di soluzioni diverse per salvare il mondo dagli interessi sfrenati di ricchi investitori biechi ed efferati. Ho impiegato anni e fatica in quel dovere morale dal quale ho tratto il mio compito ultimo, nell’investigazione, per muovere solidamente qualcuno e qualcosa. Non so cosa io sia riuscito veramente a fare per il mondo, ma ora posso rivelare all’universo, sì! All’universo!, ciò che è sicuro riguardo l’uomo.
L’uomo è una macchina perfetta, la cui sola mancanza è di non essere infinita.
Esso è capace di creare problemi di immensa difficoltà ma anche di elaborare soluzioni precise, adatte a risolverli, ma la fine è connaturata nel genere umano.
Questa compiutezza meccanica, la sua perfezione, non tiene conto della sua parte incompiuta. Sentimento, istinto, emozione. Chiamatelo come preferite, ma sappiate tutti che quello è il piccolo ingranaggio che rallenta, impedisce e addirittura ha la capacità di far deragliare il sistema naturale.
Ho osservato in questi ultimi mesi la società, e la sua parte “migliore”. Voi, che siete riusciti ad ascoltare queste parole grazie alle vostre possibilità finanziarie e che con i vostri umori dettate le leggi della società. Parlo a voi e per voi. Voi tenete le redini di milioni di persone che fate danzare come burattini verso il patibolo. Voi credete che la massa sia incolta, ingannata, ritenete di detenere il sapere. Ma ciò che meglio si capisce è ciò che non viene detto chiaramente e che noi siamo impediti dallo scrivere. Tutti conoscono la realtà anche se nessuno ne parla a voce alta. Io vi disprezzo perché siete schiavi di un sistema da voi stessi creato, invece io vedo la libertà qui di fronte a me.
Ripercorrendo le attività che ho svolto in tutti gli anni della mia vita non troverete nulla che attesti una mia malattia, un’insania ed allora vi renderete conto che la mia non è follia ma una semplice e necessaria presa di coscienza. Con questo ultimo “folle volo” del Dante Alighieri che tanto ho amato mi libero del ronzio fastidioso dei vostri malevoli commenti, che sicuramente udirei restando qui, sul mondo terreno, irreversibilmente trasformatosi in una zattera destinata a precipitare nel vuoto. La realtà non esiste, esiste solo un ordine di idee secondo il quale ci sono soluzioni più o meno idonee, quindi la follia non esiste, ma la liberazione da ogni schema. E il sapere non esiste, esistono sicurezze impiantante nella nostra mente. E la società non esiste, sono solo ricatti.” Stop.

Un’ombra di incertezza sul volto della donna.

“La preghiamo di percorrere un’altra strada.”.


Federica Spina




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